LE CURE SANITARIE NEL MONDO E... IN ITALIA

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Di recente è stato pubblicato un corposo lavoro, che ha cercato di creare un singolo indice che contenesse la maggior quantità di informazione sullo stato di salute (GBD 2015 Healthcare Access and Quality Collaborators. Healthcare Access and Quality Index based on mortality from causes amenable to personal health care in 195 countries and territories, 1990-2015: a novel analysis from the Global Burden of Disease Study 2015. Lancet 2017;390 (10091):231-66).
Questo indice tiene conto di due fattori essenziali per valutare l’effetto delle cure disponibili per una data patologia: da un lato la qualità (efficacia) della cura, dall’altro la possibilità da parte del paziente di accedere alla cura stessa.
Questa analisi è stata condotta sui dati di 195 Paesi (praticamente tutto il mondo) valutando la mortalità generata singolarmente da 33 patologie, e se per ciascuna di queste esistesse una cura efficace. Ogni Paese ha quindi ricevuto un coefficiente (HAQ = Healthcare Access and Quality Index), variabile da 0 a 100. L’indice HAQ esprime la massima percentuale raggiungibile del miglior risultato possibile.
Per curiosità, troviamo al primo posto Andorra (HAQ = 95), mentre tra i primi 10 vi sono tre Paesi scandinavi (Svezia, Norvegia e Finlandia, tutti con HAQ = 90), ma anche la Spagna (8° con HAQ = 90).
L’Italia ottiene un dignitosissimo 12° posto con un HAQ di 89. Germania (87), Gran Bretagna (85) e USA (81) sono, rispettivamente, 20°, 30°, e 35°.
E gli ultimi?... I soliti: tranne Haiti e Afghanistan, gli ultimi 20 posti (con HAQ da 44 a 29) sono tutti occupati da Paesi africani. Un leggero ottimismo viene dal confronto degli indici dei diversi Paesi rilevati nel 2015 con quelli del 1990. Infatti, per tutti si osserva un aumento dei valori, a indicare un miglioramento della capacità di gestione di un gran numero di malattie. Il risultato finale vede però allargarsi il gap tra il peggiore e il migliore da 61,6 nel 1990 a 66,0 nel 2015 (“i ricchi diventano sempre più ricchi, e i poveri sempre più poveri”). Un richiamo alla necessità che il sostegno ai Paesi poveri diventi sempre più una regola quotidiana anziché una eccezione.
Mi collego a quanto appena detto per commentare un articolo apparso oggi su un quotidiano nazionale, “Il giornale”, dove viene paventata l’ipotesi (se ne discute in Conferenza stato-regioni) che in Italia a breve le regioni del centro sud potrebbero “vietare” ai residenti di usufruire in altre regioni, delle prestazioni del servizio sanitario nazionale. Il motivo? Le regioni del centro sud hanno maturato, nei confronti delle regioni del nord un indebitamento colossale. Anche se uno studio come questo sopra descritto non è mai stato fatto all’interno di un singolo paese, appare verosimile che in Italia il risultato sarebbe di un HAQ nettamente diverso tra centro sud e nord. Non starò qui ad analizzare il perché di questa disparità. Ma ci tengo invece a dissentire da una soluzione come questa.
Nel momento in cui ci apriamo alla libera circolazione dei cittadini europei e non solo, sembra anacronistico ripristinare una linea gotica sanitaria solo per i cittadini italiani.